Andrea #08
E mi raccontò, delle sue iniziazioni e delle sue perversioni, delle sue ferite, come se tutto ciò non gli appartenesse: sembrava parlasse del passato di un’altra persona; di una vita non vissuta. Rideva quasi. Rideva dello scandalo di strapaese che si creò per questa relazione clandestina tra un garage e una macchina parcheggiata in fondo a un viale scuro. Rideva del fatto che fu l’unico ad affondare, che l‘unico frocio, così disse lui, ad uscire da questa storia fu lui; Stefano venne coperto dalla famiglia e spedito a studiare fuori, come una ragazzetta incinta di famiglia benestante dell’Ottocento veniva spedita in convento. Di quali furono le reazioni della sua famiglia non mi disse nulla e io non chiesi di più: capii che non sarebbe riuscito a riderne nemmeno sforzandosi probabilmente. Gli domandai però se Antonio e Nicola sapessero e scoprii che furono proprio loro, a conoscenza di questo, a coinvolgerlo nel loro piano di fuga da quel luogo chiamato casa in cui nessuno di loro sentiva di avere anche solo uno stralcio di radice piantato. Ascoltavo e cercavo di capire, ma non ce la facevo, mi sfuggiva qualcosa: come se non conoscessi le lettere per leggere un alfabeto a me ignoto. Pensavo e, nonostante i suoi sorrisi, vedevo l’agonia passata scorrergli negli occhi, ma non riuscivo a giustificare le sue scelte. Poi mi disse che Toto si sarebbe arrabbiato un sacco perché avendomi raccontato tutto era sicuro che li avrei fatti sfrattare dalla casa, ma io non capivo come avrei potuto fare una cosa simile finché non mi spiegò che l’appartamento era di proprietà della curia: temevano avrei spifferato tutto a mio zio che li avrebbe fatti sgombrare e successivamente avrebbe fatto esorcizzare e benedire la casa. Gli scoppia a ridere in faccia senza il benché minimo ritegno, e non riuscivo a smettere. Lui mi guardava con occhi sgranati e io non riuscivo a trattenermi, le lacrime salirono agli occhi e lo sterno inizio a dolermi; dovetti mettermi una mano sul petto e respirare profondamente per ricompormi. Stavo per chiedergli se era scemo, ma in quel momento mi resi conto… Della paura. Di tutti. Mi assalì un profondo sconforto mi venne da piangere. Mandai giù per trattenere le lacrime e gli dissi “Facciamo un bagno!”
E lui “Ma fa freddo!! E non ho il costume…”
“Nemmeno io!”