Andreji Viberausen

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Esperimento di romanzo corale a puntate. Quanto scritto (in qualche maniera) in questo blog è frutto di fantasia (fervida o meno che sia): ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale nonchè alquanto improbabile. Ogni post è da intendersi come una sorta di capitolo, o paragrafo, tramite i quali la storia va a costruirsi. Se vi foste persi le puntate vecchie tornate al primo post e fatevi un veloce aggiornamento (della serie "proprio non c'ho di meglio da fare"). Citazioni musicali e cinematografiche sparse qua e la tutte da cogliere.

 

"Se stai per metterti a leggere, evita. Tra un paio di pagine vorrai essere da un altra parte. Perciò lasca perdere. Vattene. Sparisci, finchè sei ancora intero. Salvati. Ci sarà pure qualcosa di meglio alla TV".

(Soffocare - Chuck Palahniuk)

 


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martedì, 22 luglio 2008

Andrea #23

Toto cucinava di tutto. Era un cuoco perfetto. E’ un cuoco perfetto. Non capitava spesso che all’ora di cena fossimo a casa tutti assieme e quando Toto sapeva che questa convergenza di orari si sarebbe verificata provvedeva a cucinare ricche cene composte da elaborate portate. La prima volta che mi chiesero ufficialmente di cenare con loro Manuel mi domandò se avessi o meno delle preferenze e io dissi che per me andava bene tutto; mentii sapendo di mentire ovviamente, ma ero quasi imbarazzato da quella sorta di ingresso in società, da quell’invito a stare alla stessa tavola come se facessi parte anche io del loro piccolo club.

Toto per l’occasione preparò una cena completamente vegetariana. Io con il verde a tavola non ho mai avuto un buon rapporto, anzi, è tuttora pessimo direi. Vennero serviti: Pizzette al limone con broccoletti e tartufo bianco, Pomodori con ripieno di tofu, riso Pilaf con Asparagi, Azuki con la Zucca, Cuori di carciofo ripieni, Insalata di Bulghur ed infine, per dessert, Torta di Tofu. Ti piace? Squisito ripetevo io a denti stretti stringendo in una mano il tovagliolo e facendo il bis con le portate che mi fecero meno ribrezzo.

Mattia non cenò mai con noi. Era una loro regola: fidanzate, compagni e amanti restavano fuori da casa: Toto difatti dormiva molto spesso fuori; ogni volta un letto diverso.

C’è una pietanza che però non ha mai cucinato: la pizza. Era capace di passare pomeriggi a preparare Bavaresi al mango in salsa ai lamponi piuttosto che un Timballo di polenta ai formaggi, o Rombi di pasta al grano saraceno con fonduta e porcini, Cuore di filetto di manzo in salsa di noci e gorgonzola, Petti di faraona in salsa di mele… Ma non una semplicissima pizza, quella la comprava già pronta in un negozio poco distante casa; usciva e poco dopo era di ritorno con i cartoni fumanti e qualche bibita: questo accadeva spesso, lavorando di pomeriggi liberi da dedicare alle bavaresi non ne aveva più di un paio alla settimana.

postato da: pescochan alle ore 00:18 | link | commenti (3)
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mercoledì, 02 luglio 2008

Raindrops on roses

Andrea #22
Eravamo al mercato ortofrutta, come due vecchie polacche: imbacuccati nei nostri cappotti e con un batuffolo di fumo bianco che ci avvolgeva i volti. Il cielo era come un foglio di carta velina pallida, il sole una luce distante che non proiettava ombre. Manuel aveva un cappotto rosso e gli feci notare che era stato un acquisto infelice. Sostenne che l’aveva da molto, ma che forse, ora, sarebbe stato il caso di darlo via. Già carichi si sacchetti di carta scura vagavamo tra le bancarelle alla ricerca degli ultimi acquisti da farsi. Mi tolsi i guanti per tastare delle mele, Manuel non ne aveva bisogno: indossava dei guanti neri senza dita e poteva quindi controllarle più agevolmente; le mie preferite sono sempre state le Granny Smith, per la torta di mele invece Toto aveva ordinato di acquistare le
Golden Delicious.  Mentre, come un’accorta esperide,  ne controllavo la qualità vidi tra la folla una figura che mi parve familiare; la spiai per un po’, mentre si muoveva lenta, indecisa sulla qualità di peperoni da prendere. Una vecchia signora bene, dall’aria perfettina, con delle grosse clip alle orecchie, una sciarpetta rosa e un lungo cappotto scuro delle linee semplici.   
-Manuel, la vedi? E’ lei vero?
Lui si girò nella direzione che gli avevo indicato. Non disse nulla.
-Si, è lei. – dissi io. Lentamente posai la mela che avevo tra le mani. Lui ancora era lì, immobile. Lo presi per una manica e feci per trascinarlo –Dai, andiamo!-
-Sei matto!?
-No, andiamo e le parliamo. Anzi, le parli!
-E’ fuori discussione! E che potrei dirle?!
-Non è il momento che hai sempre desiderato?
-Di incontrarla all’orto-frutta non me l’ero mai immaginato in verità


Manuel #12
E Andrea mi lasciò lì, dirigendosi di gran lena verso di lei, la sua figura appariva e spariva tra la folla. Respiravo piano: l’aria fredda all’improvviso sembrava essersi fatta rara e distante. Vidi Andrea che la raggiunse facendosi largo tra le persone che, come ombre, passavano indifferenti: eravamo gli unici due in tutto il mercato ad essersi accorti della sua presenza. Li vidi parlottare da lontano, lui si introdusse brevemente e si scusò se si stava permettendo di importunarla. Lei non sembrava per nulla infastidita. Poi sentii una fitta allo stomaco: Andrea col il braccio teso mi stava indicando. Lei incrociò il mio sguardo, per un solo secondo però, perché io, immediatamente, mi trovai a fissarmi i piedi.
Pochi secondi e lei era di fronte a me. Andrea, rimasto in disparte, ci guardava da lontano.
Il suo volto sembrava di carta sottile, stropicciata. Il naso sottile era rimasto uguale durante gli anni. Le rughe attorno agli occhi come un motivo dèco creavano un percorso sopra gli zigomi duri e alti. Sulle labbra un velo di rossetto scarlatto un po’ sbavato aveva il compito di rendere leggermente più evidenti le labbra assottigliatesi nel tempo. I capelli avevano lo stesso immarcescibile taglio corto che ormai portava da decenni, quasi un omicidio alla vanità.
-Mi sento molto stupido… -  le dissi.
Si sfilò un guanto e mi prese una mano, stringendola delicatamente. Mi diede un bacio, in fronte. Un tocco lieve. Baciato da un giaggiolo.
La gente che passava probabilmente avrà pensato all’incontro con una vecchia zia che non vedevo da tempo, o con l’insegnante di inglese del liceo a cui, da alunno devoto, ero rimasto affezionato.

 

Andrea #22
Li osservai da lontano. Vidi che lei gli disse qualcosa, quasi sussurrandoglielo all’orecchio. Manuel le baciò la mano e lei portandosi una mano al petto rise delicatamente senza scomporsi troppo. Com’era arrivata se ne andò, passandomi accanto per tornare ai suoi peperoni: - Quel ragazzo soffrirà molto perché non si stancherà facilmente di dare al suo prossimo una possibilità. Abbine cura. -  disse con il suo inglese perfettamente british.

*

-Non me lo chiedi?
-Cosa?
-Cosa mi ha detto.
-Cosa ti ha detto?
-Ha cantato, per me. Per pochi secondi, ma a cantato per me.

 

La incontrammo così. Un giorno... Di prima mattina.

postato da: pescochan alle ore 20:29 | link | commenti (1)
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martedì, 24 giugno 2008

Alessandro #1

Andare da loro gli piaceva. Anche se ancora preferiva evitare di incontrare Manuel. Non che avesse qualcosa contro di lui; solo non sarebbe riuscito a parlare di suo padre. Certo, aveva sempre saputo che Mattia non era felice, quando con lo sguardo perso cercava dietro a tutto ciò che guardava uno scampo, una soluzione. Ora capiva che aveva finalmente riacquistato la vista, mentre il loro rapporto padre-figlio si alimentava di pochi momenti di strabica intesa, che non erano cambiati.

            Inseguendo Ciurlionis per acciuffarlo rideva e inciampava nel disordine della serata prima. Andrea era speciale, sfiorava le vite degli altri e distribuiva sorrisi discreti, sinceri. L’equilibrio in cui stava sospeso sembrava promettere momenti di abbandono cerebrale, di silenzi riparati in cui attraccare le scialuppe di pensieri scomposti. Ragazzo troppo cerebrale, Ale aveva bisogno dell’affetto di chi gli stava intorno. Ma nessuno sembrava più capace di risolvere un’amicizia semplice in abbracci densi. Si perdeva nell’illusione di rapporti intensi che svanivano nella nebbia della consuetudine; e si ostinava a tentare. Non capiva più se quei prodotti emozionali di consumo che gli vendevan come amici o ragazzine potevano capire veramente un sentimento a caso.  Gli bastava qualcuno a cui parlare, ma ancor di più cercava qualcuno da ascoltare. Una spalla sulla quale riposare il cuore.

Ma mentre inciampava su quella bottiglia di Martini non si ricordava della solitudine; e cadendo sul povero felino si ritrovò le unghie affilate conficcate nel braccio destro. Sanguinando, sorrideva.

                                                                                                                         (Nesos)

Ringraziamento speciale a Nesos che si è compromesso associando il suo nome a questa baracconata e accettando di scrivere di propria mano qualche frammento sull'Ale del romanzo. 
postato da: pescochan alle ore 21:47 | link | commenti (1)
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domenica, 13 aprile 2008

Andrea #21

Salendo le scale vidi accasciata sul pianerottolo una figura, stava a ridosso della porta del nostro appartamento: era Toto! Non aveva un bell'aspetto: senza giacca, con indosso ancora i vestiti di quando se n'era andato la settimana prima; i capelli come se fosse stato sotto terra: ruvidi e polverosi. Sulla guancia brillava una virgola baccarà da cui uscivano chicchi di melagrana. Posai le borse e mi avvicinai, lo chiamai piano, ma si ritrasse: la testa bassa e le braccia strette allo stomaco. Feci per scostargli i capelli, per controllare la profondità della ferita: serrò gli occhi e strinse i denti, pronto a prendere il fendente finale da cui sapeva, ridotto com'era, non avrebbe potuto difendersi. Ritrassi la mano e mi sedetti di fronte a lui e dopo qualche secondo di silenzio, non capendo l'immobilità di quell'attimo, aprì piano gli occhi. Mi inginocchiai in fronte a lui, infilai le mie braccia sotto le sue, spingendole sopra le mie spalle, puntai i piedi a terra e lo sollevai piano. Sentii il peso del suo corpo addosso al mio, il petto si gonfiava e si ritirava a ritmo del respiro; lo sterno che premeva contro il mio, il mento appuntito abbandonato sulla mia spalla. Aspettai qualche istante, finché fui sicuro che fosse in grado di reggersi in piedi -Ci sei? chiesi. Annui con un gemito. Presi le chiavi dalla tasca e aprii la porta; con fatica salimmo le scale rivestite di moquette rossa, arrivati al piano lascia che si dirigesse da solo per l'appartamento..
Appena entrato in casa Ciurlionis gli corse incontro. Toto si abbassò incerto, rimanendo in bilico sulle punte dei piedi; allungò il braccio verso l'animale, che si mise e leccargli la mano chiusa a pugno. Toto lo guardava con una pace negli occhi che non gli avevo mai visto fino ad allora, come se in quell'attimo tutto il rancore, l'acredine di una vita, ingigantita dalla fatica di trascinarsela appresso come un peso morto, senza sapere come liberarsene, fosse dissolta; come se non ci fosse mai stata.

 

...tu non dici mai niente
qualche volta tu piangi
come piangon le bestie.

postato da: pescochan alle ore 21:00 | link | commenti (8)
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domenica, 06 aprile 2008

Andrea #20

A stento mi ero accorto che avevamo un gatto. Come una presenza misteriosa vagava silenzioso per l'appartamento, sparendo in stanze segrete e riemergendo come un'ombra silenziosa pronto a sparire nuovamente. In quei giorni il gatto vagava nervosamente per casa: come alla ricerca di un pezzo mancante.
-E' Toto che se ne occupa.  Mi spiegò Manuel quando mi vede perplesso di fronte a quell'instabile ondeggiamento di quel quinto coinquilino che finora era stato praticamente invisibile. Si chinò a prendere Ciurlionis, così si chiamava e se lo appoggio su una spalla stringendolo a se e consolandolo con lente carezze -Lo so, ti manca... Lo so.
Manuel si dispiacque molto per il mio naso, ma non disse una parola per minimizzare o per difendere Toto, non cercò nemmeno di giustificarlo, in verità non ne parlò proprio: né in bene né in male. Credo avrebbe voluto cancellare quell'attimo di lui, strofinarlo via con carta a aceto: non riusciva nemmeno a pensare di riuscire ad assolverlo, quindi meglio eliminarlo.
Qualche pomeriggio dopo rientrando in camera trovai sul letto un pacchetto, mi misi sul letto a sedere, con le gambe incrociate: con quel dono tra le mani. Lo scartai facendo attenzione a non rompere la carta da pacco bordeaux. Estrassi una busta e aprendola tolsi il biglietto al suo interno.

 
Non ho capito perché, l'altro giorno,  hai convinto Mattia a salire, non lo so cosa ti abbia spinto a farlo e non so nemmeno se lo sappia tu, quindi probabilmente non dovrei proprio domandartelo. So però che, se tu non l'avessi fatto, Mattia non sarebbe mai salito, questo lo so con certezza: non l'avrei più rivisto. Mi hai fatto un regalo importante, un regalo per il quale, comunque vada, ti sarò sempre grato:  una possibilità.

 

Con Gratitudine, Manuel

 
Ciurlionis saltò sul letto e si accovacciò al mio fianco strofinandovisi immalinconito. Appoggiai la lettera, presi il contenuto del pacco e lo rigirai tra le dita: era un libro, una vecchia edizione, molto vecchia. Accarezzai quelle pagine ingiallite, irruvidite dalla polvere; quelle pagine non raccontavano solo una storia, portavano con se delle vite.  Un'edizione americana del 1960 di To kill a mockingbird; 1960... una prima edizione! Rimasi li, imbambolato diversi minuti, con quell'amuleto stretto al petto, un formicolio si era irradiato sugli zigomi e il respiro mi era diventato difficoltoso. Appena riebbi coscienza del mio corpo corsi in salotto a cercare Manuel.
-Non è politicamente corretto! Con un regalo del genere potresti chiedermi qualsiasi cosa e io non potrei nemmeno tentare di rifiutare, non posso accettarlo.

Seduto al tavolo mentre catalogava dei dvd mi vide arrivare sorpreso, il suo immenso sorriso gli illuminò il volto, gli occhi una fessura indaco -Allora potresti dare ripetizioni ad Alessandro, il figlio di Mattia: ne avrebbe bisogno!


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Fu così che in quei giorni  di trambusto iniziai a dar qualche ripetizione a Alessandro.

 

postato da: pescochan alle ore 18:12 | link | commenti (12)
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sabato, 05 aprile 2008

Sabbia Bagnata

Nico #11
-Ahy!
-Stai fermo!

Toto se n'era appena andato; col ghiaccio e la garza di cotone cercavo di tamponare un'emorragia: dalle narici di Andrea il sangue scendeva copioso e gli aveva già insozzato la maglia.
-Eh.. ma fa male!
-Non si preoccupi, faremo tutto il possibile!
- Mppff...
-Stia fermo! Lo stiamo perdendo; codice blu! Codice blu!
-Dai, non farmi ridere!


*

Quel giorno tornando a casa incrociai la donna col cappotto ciliega che camminava lenta nella direzione opposta alla mia, sembrara arrivasse proprio dal nostro palazzo. Camminava ondeggiando per la fondamenta, i capelli le formavano attorno al viso un alveare di zucchero filato scuro come caffè e soffice come bambagia. Mi parai di fronte a lei pronto a sorreggerla come se dovesse svenire da un momento all'altro -Le offro un caffè, vuole?
-Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?
-Non si è gettata... Quindi, eccoci di nuovo qui. Allora, che ne dice?
-Cosa?
-Il caffè!
-Vada per un martini
. Disse lei, con lo sguardo più triste del mondo: negli occhi non c'era altro che cenere, il fuoco si era estinto; terra bruciata, sabbia bagnata.


...è sabbia tra i denti /ti avrei dato tutto/senza chiedere/ti avrei dato amore/si lo so sono capace/a non parlare per ore ed ore/a farmi del male/forse mi lasciavo prendere/forse ti lasciavo vincere.
postato da: pescochan alle ore 11:28 | link | commenti (4)
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martedì, 01 aprile 2008

Struttur.Ale.

Andrea #18

Alessandro leggeva. Leggeva tantissimo. Palahniuk. Stendhal. Estevaz. Roth. Woolf. Fernando António Nogueira Pessoa.  Eggers. Michail Afanas'evič Bulgakov. Tutti i russi che vi vengono in mente. Marguerite Yourcenar. E poi i classici, i classicissimi; tutti. Troppi. Con certi era impaziente, li divorava... Anzi, di più: li travolgeva. E alla fine poi non se li ricordava nemmeno più, ma gli rimanevano dentro, incastrati tra lo sterno e il pericardio: irremovibili.
"Lo so cosa sta pensando, non deve. Non mi guardi come se fossì il piccolo Remì" era chino sui libri, ma un formicolio sulla nuca lo aveva avvertito che lo stavo fissando, con due punti di domanda al posto deglio occhi. Mattia e Calista si erano lasciati, o più giusto sarebbe dire che lei si era fatta da parte. Mattia e Manuel erano una diventati una coppia a tutti gli effetti, o comunque l'idea era quella: da definire penso avessero ancora molte cose. Toto ci mise poco a collegare il mio ruolo nel fattaccio, e mi riempi delle peggio parole: era lividio di rabbia e quando lo apostrofai come uno che si lascia comprare da tre fette di saint' honorè, per tutta risposta, mi sistemò un pugno in pieno viso. Purtroppo non mi ruppe il naso (ma poco ci mancò); il mio naso non mi è mai piaciuto, non che sia brutto eh, trovo che abbia poco appeal: quella sarebbe stata l'occasione per rifarmelo poichè, in effetti, non sono così vanitoso per aver l'energia necessaria a prendere una decisione solo in base a delle motivazioni prettamente estetiche. In quel modo invece avrei unito l'utile al dilettevole. Fatto sta che mi assestò quel pugno e se ne andò. Per la settimana seguente nessuno ebbe sue notizie. Manuel disse che era normale all'inizio, ma passati un paio di giorni iniziò a incupirsi.
"Le fa male molto male?" mi chiese Alessandro, indicando, con la matita che teneva in mano, il mio naso tumefatto. Mi dava del lei, provai a dirgli che non ero così vecchio e che doveva darmi del tu, ma non ne volle sapere. E così, per provocarlo, convenni con lui che anch'io gli avrei dato del lei. La cosa sembrò divertirlo. Ma non ci potei giurare.
"Penserà che me lo meriti... " replicai io.
"Ohibò, e perchè mai dovrei?"
"Le ho distrutto la famiglia... Credo che come motivazione sia oltremodo sufficiente."
"Ha mai giocato a Jenga? Cinquattraquattro blocchi di legno, disposti su piani che formano una torre: tre blocchi per piano. I giocatori  devono sottrarre un blocco di legno a loro scelta dalla torre e lo riposizionano sulla sommità della stessa. Durante il gioco, man mano che i pezzi vengono sfilati, manipolati e riposizionati, la torre diventa sempre più instabile, così, ad un certo punto, quando uno dei giocatori sottrae un pezzo, inevitabilmente... La torre crolla. Chi la fa crollare ha perso. Il vincitore del gioco è invece quello che ha giocato prima del perdente. Ecco, lei forse ha tolto l'ultimo tassello, ma la mia famiglia era distrutta da tempo. Da tanto tempo. "
postato da: pescochan alle ore 22:02 | link | commenti (3)
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domenica, 02 marzo 2008

Not while I'm around.

Nico #09
Quella mattina una donna stava camminando lentamente per la strada. La si poteva vedere come un punto rosso nella nebbia mattutina. Una ciliegina tra la panna. Possiamo notare come si ferma di fronte a un canale, immobile, ad osservare la superficie opaca dell'acqua stagnante e verdastra che la peluria della foschia fa sembrare un po' di più distante di quel che è. In quel momento arrivo io che stavo passando assonnato per quella via, mi metto accanto a lei -Non è un buon giorno per buttarsi oggi sa? C'è poca visibilità, se si getta e passa una barca mentre non è ancora sprofondata dal tutto non se ne accorgerebbe nessuno e finirebbe maciullata dal passaggio delle lamiere della carena, se le va peggio potrebbe esser fatta a brandelli dall'elica di un motoscafo: quello sarebbe un classico in effetti. Una morte terribile comunque. Meglio farlo in un giorno di sole, così lo può fare quando è sicure che non c'è nessuno nei dintorni, e sarebbe libera di annegare tranquillamente.
Girò la testa per guardarmi. Aveva capelli neri e gonfi che il vento muovevano come una matasa di tulle, le labbra scarlatte come il cappotto e le decoltè di glassa che indossava. Le sopracciglia nere erano due liquirizie -Non preoccuparti, non mi getto. Non mi getto. Non mi ammazzo per un uomo: non sono una sciocca. Una stronza forse, ma non una sciocca. Stava li, in piedi, con le mani in tasca
-E allora cosa sta facendo qui?
-Prendo fiato. Sorrise. Un sorriso amaro come il cacao non raffinato.


Toto #06
Quella mattina mentre tornavo a casa dal lavoro a pochi passi da casa incontrai Andrea che stava uscendo. Mi salutò calorosamente e prendendomi per una manica si propose di offrirmi la colazione. Io ero troppo assonnato per aver le energie necessarie per obiettare e l'idea di mettere qualcosa sotto ai denti non mi spiaceva affatto. Pensai che fosse un suo slancio buonista per far si che potessi entrare nelle sue grazie -Sai, in verità non pensavo tu fossi tanto stupido da poter pensare di comprarmi.
-Comprarti? Con una colazione?! Stupido sarebbe un eufemismo. Sei troppo guardingo sai?! Peggio di un gatto. Rilassati un po' mica siam qui tutti per...
-Fottermi?
-Emm.. si, quello.

Andrea #18
Non avevo fatto che pochi passi che mi trovai davanti Toto. Diamine! Sta rincasando, se scopre Mattia a casa nostra lo fa nero. E poi fa nero me. Cosa faccio!? Panico!

Manuel #11
Credevo fosse Toto che rincasava, invece quella mattina d'autunno mi trovai Mattia sulla soglia di casa. Andrea l'aveva spinto a salire le scale, gradino dopo gradino, fino ad arrivare a bussare alla nostra porta in una salita che gli sembrò surreale, come accompagnata da marziani e astronuati che si avvicinano cauti.
-Se sei qui per rendermi partecipe di un dialogo da telenovelas sudamericana potevi anche lasciar perdere.
-Che intenzioni dovrei avere per non dover rinunciare?
-Vedi?! Io dovrei dirti "rinunciare a cosa?" e tu mi dirai con enfasi e trasporto "ma, a te!" poi arriverà Conception, la domestica boliviana che ci rivelerà di esser incinta del parroco: colpo si scena!

-Quando ho cercato di dirti addio ho evitato le tue labbra non perchè non lo volessi, ma in quel momento stavo già pensando a quello che sarebbe successo dopo. Domani. Tra una settimana. C'è sempre un prezzo da pagare, per tutto. Si sedette sul divano e prese tra le mani il romanzo di Tolstoj -Anna Karenina... E' uno dei mie romanzi russi preferiti. Quando lo lessi per la prima volta facevo il liceo, e lo detestai, non lo finii nemmeno. Col passare delle stagioni l'ho apprezzato in maniera differente. Anna Karenina, sposata ad Aleksej Karein. Karenin deriva dal grego, dalla parola greca che indica la testa; Tolstoj l'ha scelto perchè rappresenta il carattere razionale del personaggio. ..
-Ecco, è questo il tuo problema: la testa! Non puoi prendere tutte le tue decisioni con la testa. La testa, la testa... Non basta! Nella testa c'è la materia grigia che è fissa, sta li: ferma, immobile. Invece col cuore... Nel cuore passa il sangue, e il sangue gira, viaggia per tutto il corpo e conosce: sa le cose; è vivo e...
Si mise a ridere.-Ehy, questa è buona, ma non è tua!
-E' una citazione.

Nico #10
Quando Mattia uscì da casa nostra, quella mattina, la nebbia non era ancora svanita, come il sangue si muoveva lenta tre le calle. Lasciandosi il portone alle spalle vide quasi per caso la donna seduta a gambe larghe e distese, come una bambina. Il sangue smise di circolare. La nebbia lenta continuava ad avvolgere quelle figure quasi surreali.
-Promettimi solo una cosa. Esordì lei senza guardarlo in viso.
-Calista, che ci fai qui?
-Ti ricordi le nostre promesse di matrimonio?
-Alzati, che fai li per terra...
Si chinò per aiutarla ad alzarsi, ma lei con gesto di scherno del braccio lo allontanò. Stava li, immobile, sul cappotto rosso i bottoni tondi erano nero fondente.
-Ti ricordi le nostre promesse di matrimonio?
-Ti prego Calista, non ora... Non qui...

-Dimmi che quella rimarrà la nostra canzone, dimmi che non la donerai a nessun altro.
Come descrivere il sentimento che mattia provava Mattia in quel momento? La responsabilità, la colpa per un matrimonio, la storia di una vita che si sgretola come pane secco; che si sbriciola come fango secco. Cosa resta di qualcosa che viene cancellato?
-Giura che almeno quella rimarrà solo mia...
-Lo giuro.
-No one's gonna hurt you...
-No one's gonna hurt you.
-Ci credevi veramente mentre me la cantavi?

-Ci credevo.
-Vorrei ci credessi ancora.
-Lo vorrei tanto anche io...

-Giura che per lui ci sarà un'altra canzone, una qualsiasi, ma non la mia.
-Tu... Lo sapevi?
-Per piacere, non mi insultare. Mi credi una demente? Quando dormivi la cosa che preferivo fare e era stare a guardarti, fissare le tue palpebre e immagiare che sotto scorressero immagini di me che ti sorridevo e ti invitavo a inseguirmi. Ben presto mi son resa conto che sotto quelle palpebre non era la mia immagine a strisciare... I don't need to - I would never hide a thing from you...
Cantava sconsolata, parole che non avevano più senso, se non come ancora di una vita stracciata come un foglio di quaderno.
-Andiamo a casa ora...
-No, tu vai, io arrivo.
Lui non rispose, la guardò sospettoso.
-E non fare quella faccia: non mi sono portata una rivoltella, e non salirò a fare una scenata a.. a.. Si insomma, a lui. Semplicemente non mi sento di fare la strada accanto a te: qui le nostre strade si dividono se non l'avessi capito prima.

Being close and being clever, ain't like being true
I don't need to - I would never hide a thing from you
Like some

No one's gonna hurt you
No one's gonna dare
Others can desert you
Not to worry, whistle, I'll be there

Demons'll charm you with a smile, for a while
But in time, nothin' can harm you
Not while I'm around.

Rimase li sola, seduta a ridosso del muro sgretolato che le infarinava il cappotto fragola; le gambe dritte, stese avanti. Si sentì vuota, come se si stesse per sciogliere in schiuma marina, come se si preparasse a trecento anni di purgatorio. Un gatto le si avvicinò; fissava il muro, o almeno così sembrava: guardava, dietro di lei, il fantasma di un matrimonio. Calista, invisibile salì a baciare Manuel in fronte, da lontano sorrise a Mattia. La nebbia la avvolse come una nuvola di zucchero a velo e la trasportò via.

postato da: pescochan alle ore 22:17 | link | commenti (6)
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domenica, 24 febbraio 2008

Andrea #17

Scesi di buonora: il giorno prima ero stato tutto il giorno in casa senza toccare dispense o appunti, in balia delle storie di Manuel, della Karenina, del tè orientale e di cocktail trans; per strada non c'er anima via, l'aria era umida e una sottile nebbia si levava da terra immergendo tutto in un'atmosfera ovattata. Risuonava in lontananza la sirena di un vaporetto. Tra i canali non un rumore che si rifrangesse. Un gatto mi fissava guardingo dai gradini di un ponte; si dice che i gatti abbiano la capacità di vedere i morti, pare sia quello che succede quando noi crediamo fissino il vuoto. Pensai che forse quel gatto non stesse fissando me con tanta attenzione, a che pro poi? Sono così interessante io?! Forse c'era un'anima che mi accompagnava in quella mattina solitaria e immobile. Stavo fantasticando su questo quando mi trovai davanti, a pochi passi da casa, un uomo alto, con un lungo cappotto grigio e una coppola. Aveva il naso scolpito, sottile, come quello di una statua greca, la pelle dura e liscia, di marmo; qualche ruga attorno agli occhi verdi. Stava fermo immobile in mezzo alla celle, fissava casa nostra, i pugni chiusi; aveva mani grandi e curate: stringeva dei guanti di pelle che probabilmente si era appena tolto. Lo superai senza un cenno, qualche metro più avanti mi voltai: stava ancora la, come una statua di cera cascata dal soffitto di SS.Annunziata, nel secondo dello schianto, un istante prima di accasciarsi al suolo. Tornai indietro facendo qualche passo di corsa. -Manuel è in casa, sbrigati! Lui mi guardò come risvgliatosi da un sonno millenario, inclinando la testa di lato e sbattendo le folte ciglia grigie un paio di volte. Ma rimase immobile. Lo presi per un braccio e lo trascinai nell'androne -Dai Mattia, che aspetti? Sei venuto fin qui per startene in mezzo alla strada come un gatto randagio?!

postato da: pescochan alle ore 14:10 | link | commenti
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mercoledì, 06 febbraio 2008

Widescreen

Toto #05

Era una sera di settembre, carica d’umidità. Stavo aspettando che Manuel uscisse dalla videoteca; lo vidi uscire poco dopo dal grosso portone di legno, era in compagnia di un uomo. Parlottarono pochi secondi e poi si salutarono.

Manuel mi raggiunse sotto l’ombrello e mi prese a braccetto. Lo faceva spesso, e io ogni volta facevo finta di infastidirmi.

-Staccati idiota, a forza di vedermi a spasso con te la gente pensa che sono frocio anche io!-

E lui ogni volta si stringeva ancora di più a me facendo la faccia da cane bastonato.

-Ho ritrovato il tuo ombrello sai?-

-Quello che avevi perso settimana scorsa?-

-Non l’avevo perso! L’avevo dimenticato; Mattia se n’è accorto e stasera me l’ha riportato stasera...-

E già sentivo puzza di bruciato –Chi?!-

-Mattia, il ragazzo con cui mi hai visto uscire dalla videoteca-

-Ragazzo?! Quindici anni fa forse…-

Rimase in silenzio.

-Manu, sai che stai per combinare un casino vero?-

Non rispose.

-L’hai vista quella cosa dorata sul suo anulare sinistro vero?-

-Si, l’ho vista… Non succederà nulla, stai tranquillo-

Non ero tranquillo per nulla.

 

 

Quella volta Manuel arrivò un pochino in anticipo rispetto all’orario d’inizio della proiezione. Quello al cineforum per lui ormai era un appuntamento fisso, si sciroppava quasi tutte le rassegna senza distinzione di genere o nazionalità o tema. Quando il lavoro me lo permetteva lo accompagnavo: non furono sempre esperienze gratificanti, anzi spesso si era trattato di proiezioni improponibili, ma mi piaceva sentirmi parte di quella sua piccola evasione.

Quando entrò nella saletta vide che in ultima fila c’era ancora l’uomo della settimana prima, quello dagli occhi verdi, che appena lo vide arrivare lo salutò con inaspettato trasporto.

-Speravo proprio di vederti!- gli disse –questo è tuo vero? L’hai scordato la volta scorsa- e dalla sua borsa di cuoio estrasse il mio ombrello pieghevole.

Manuel un po’ sorpreso lo ringraziò spiegandogli di come aveva rischiato che lo picchiassi per l’ennesimo ombrello desaparecido. Mattia, questo il nome dell’uomo, rise molto al sentire quel racconto: Manuel era molto brillante di natura e riusciva a trasformare in un aneddoto divertente anche l’evento più banale. E iniziarono a chiacchierare di Antonioni e Bergman, di Belloccio e Godard, e di come ti chiami, e di che cosa fai nella vita

-Ci sei settimana prossima, sai non puoi perderti la rassegna su Kon Ichikawa, proiettano la versione integrale in lingua dell’Arpa Birmana! E’ un film eccezionale, ti piacerà sicurmanete!-

Eccerto, chi se lo perde.

 

Oh widescreen winding round my eyes
Blinding me with lies
Finding I’ve been fooled by what I’ve seen
No, widescreen dreams are more than you
How can lies be true?
All we have is life and mind
And love we find with a friend
Oh let the movie end...

postato da: pescochan alle ore 20:56 | link | commenti (5)
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