Andreji Viberausen

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Utente: pescochan

Esperimento di romanzo corale a puntate. Quanto scritto (in qualche maniera) in questo blog è frutto di fantasia (fervida o meno che sia): ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale nonchè alquanto improbabile. Ogni post è da intendersi come una sorta di capitolo, o paragrafo, tramite i quali la storia va a costruirsi. Se vi foste persi le puntate vecchie tornate al primo post e fatevi un veloce aggiornamento (della serie "proprio non c'ho di meglio da fare"). Citazioni musicali e cinematografiche sparse qua e la tutte da cogliere.

 

"Se stai per metterti a leggere, evita. Tra un paio di pagine vorrai essere da un altra parte. Perciò lasca perdere. Vattene. Sparisci, finchè sei ancora intero. Salvati. Ci sarà pure qualcosa di meglio alla TV".

(Soffocare - Chuck Palahniuk)

 


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martedì, 03 novembre 2009

Stefano #01

La mattina mi piaceva svegliarmi presto; uscire quando ancora fa fresco. Dopo la morte di nostra madre passai qualche giorno a casa di mio fratello: rividi i suoi vecchi amici e ne conobbi i nuovi. Mi alzai presto anche quella mattina, dormivano ancora tutti. Non mi andava di uscire, preparai quindi la colazione. Scaldai del latte per me, ma non sapendo cosa solitamente prendessero gli altri misi a bollire anche l’acqua per il teh e riempii la caffettiera di caffè. Scesi a prendere delle brioche dal fornaio che stava sotto casa: la bottega aperta da pochi minuti e ancora giaceva nella semioscurità, ma il caldo odore della farina già mi riempiva la bocca. Il fruttivendolo era ancora chiuso, ma vidi il padrone arrivare e aspettai qualche minuto per comprare delle arance. Tornato in casa trovai Andrea sveglio e gli porsi una brioche. Che ci faceva lui lì?, mi chiedevo. Cosa ci faceva tra quelle vite incasinate. Era estraneo a tutto quel caos, ma nonostante questo sembrava a suo agio. Era di corsa: doveva andare in università. Si svegliò allora anche Toto. Arrivò in salotto in mutande e chiese se quello che sentiva era davvero odore di caffè. Gliene offrii una tazza e disse a Andrea di aspettarlo, che stava per uscire anche lui: due minuti e sarebbe stato pronto. Non furono esattamente due minuti, ma Andrea, ormai in completo ritardo, sembrò non darci peso. Uscirono ringraziando. Arrivò correndo Nico, sono in ritardo!, sono in ritardo!, mi disse salutandomi frettolosamente: gli lanciai una brioche mentre già stava per sparire dalle scale. Grazie!, mi urlò uscendo. Manuel dormiva da Mattia, il suo nuovo compagno, così io potevo dormire nel suo letto. La casa ora era deserta. In cucina mi gustavo del latte macchiato, guardavo fuori dalla finestra: stava per piovere. Pensai ai giaggioli sulla tomba di mia madre. Quando mi girai invece mi trovai di fronte lei…

 

Rio #02

Era il mio giorno libero, e mi alzai tardi. Mi misi a sedere sul letto e stetti un po’ così. Così: seduta tra le coperte, tra il piumone e i cuscini. Guardavo la mia stanza nuova: era solo pochi giorni che vi dormivo, respiravo vernice. I libri miei, che lui non sopportava, potevano stare lì, sulla libreria. Potevo ascoltare la musica che mi pare. Mi ero portata il mio tappeto indiano. Mai più le cose di una vita in due mi ero detta: e ora mi ritrovavo in una casa piena di ex adolescenti. La cosa mi fece sorridere. Tornavo a possedere la mia vita. Restava soltanto l’odore di un ricordo.

Andai in cucina, la casa era deserta: tutti se ne erano già andati. Tranne Stefano, che mi trovai davanti in cucina, che mi guardava con gli occhi sbarrati e una tazza tra le mani.

 

Stefano #02

Rio era lì, di fronte a me. Buongiorno, mi disse lei. Nuda di fronte a me.

postato da: pescochan alle ore 18:25 | link | commenti (2)
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giovedì, 22 ottobre 2009

Rio #02
Avevo un po' di mal di testa. Andai in cucina e dal frigo presi del succo di mela. Fuori pioveva e già si stava facendo scuro. Ero da pochi giorni in quella casa nuova, con quei nuovi coinquilini. Erano inquieti, una frenesia tutta particolare vibrava nei loro corpi. Brividi elettrici pervadevano i loro corpi che guizzavano tra quelle pareti come luci al neon. Avevano orari improbabili, si incrociavano durante la giornata per pochi intensi secondi, o per ore accoccolati in silenzi consolatori, come per cercare ristoro da onde di un walzer che aveva preso un ritmo troppo concitato. Andrea era un ragazzino appena sbarcato sulla Terra dalla Luna, aveva gli occhi curiosi: sarebbe stato felice; avevo questo presagio, non una visione, ma quasi una premonizione di felicità. Aveva attorno a se come un'aurea leggera. Antonio era distante e scorbutico, non mi andava di prestargli attenzione. Aveva certo un grande malessere dentro di a se, ma nessuno avrebbe potuto aiutarlo. Manuel... Manuel era un Trudi. Rideva sempre, di una risata benefica, come se ridendo con quei suoi occhi, che ancora oggi non riesco a dimenticare, potesse guarirti da ogni segno, da ogni cicatrice; era il suo un sorriso che dava sollievo, dava respiro allo sterno. Lui, donando tanto benessere, sarebbe quello che avrebbe sofferto di più. Nico con me era molto gentile. All'inizio pensavo volesse provarci un po', ma poi capii che era talmente sulle nuvole, sperso in un mondo strano: fluido e incantato, cosparso di bagliori luminosi, meduse iridescenti e pesci metallici,  che per lui ero solo una persona come un'altra con cui condividere un po' di iridescenza.
Nella mia stanza buia, i riflessi dei canali, dei vaporetti e delle luci della laguna creavano, filtrati dalle tende, un'aurora boreale inattesa e sorprendente, che mi fece sentire fragile e piccola, leggera in quelle mura blu che mi accoglievano tra riverberi di luce biancastra. Come una medusa potevo danzare. Appoggiando il viso alla finestra sentii il freddo del vetro, una lontana malinconia tornò ad impossessarsi di me. Piansi. Guardavo le case galleggiare sulle onde, i riflessi dei lampioni sui cornicioni storti e sui mattoni sbriciolati. Una leggera nebbia stava salendo. Mi sentivo bene. Protetta. Mi sentivo.

 

E poi la nebbia che sulla mente stende come un velo.

 

postato da: pescochan alle ore 18:36 | link | commenti (4)
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mercoledì, 16 settembre 2009

Andrea#28

 

-Eravate felici?

-Che domanda… Non lo so. Credo di sì: eravamo ragazzini. Capisci cosa voglio dire? Rispose Nico.

-Non tutti i ragazzini sono felici. Dissi io.

Nico mi stava mostrando delle vecchie fotografie, raccolte in piccoli album fotografici, di quelli che ti davano in negozio quando si andava a far sviluppare i rullini: ora le si salva sul pc, non c’è più l’odore di acetato e pellicola, e non bisogna stare attenti a non toccarle con le dita, che altrimenti rimangono le impronte e la foto si sciupa. Quelle che mi stava facendo vedere Nico sembravano testimonianze archeofantastiche di un passato subacqueo e sommerso, dimenticato da tempo immemore. E forse lo erano. Nicola, Antonio e Manuel erano cresciuti assieme, nel mio stesso paese, ma in quelle immagini mi sembrava di scoprire un nuovo mondo, a me sconosciuto, fatto di rifugi tra i cannetti, grotte di Calipso, ripari, nascondigli. Io di loro al paese ricordo pochissimo difatti: era raro vederli in giro per strada o giocare con gli altri ragazzini. Il loro era un mondo parallelo. Qualcuno diceva che erano antipatici, qualcun altro li vedeva come troppo avanti per stare assieme a tutti gli altri ragazzini normali: invidia e ammirazione si mischiava negli occhi di tutti coloro che erano esclusi dalla loro wunderkammer.

-Io ero un frignone sai? Manu e Toto ne inventavano sempre qualcuna da fare, e io ero terrorizzato che ogni volta i nostri giochi si trasformassero in una tragedia, che qualcuno si facesse male o cose simili… Ero un bambino un po’ ipocondriaco forse.  

E li vedevo ritratti in quegli scatti quasi fossero delle persona diverse: sembravano davvero felici. E ora che so un po' di cosa è successo dopo quegli scatti sembra di vederla, in quello sguardi, la consapevolezza di chi sa che sta per cadere su una strada tutta in salita; di chi è quasi in imbarazzo per quella serenità che lo circonda ma che non sente propria: quasi non sapesse come tenerla tra le mani. E c’era in Nico quel sorriso di chi sorride per fare una cortesia, perché non vorrebbe essere di peso a nessuno. E in quei sorrisi c’era qualcosa di consolante, come se imporsi un attimo di serenità fosse serenità vera, almeno per un secondo, ma bloccata per sempre. E ho pensato che in quei momenti loro erano felici davvero. E poi, su quel letto ricoperto di fotografie, mi sono addormentato.

postato da: pescochan alle ore 23:47 | link | commenti (4)
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giovedì, 10 settembre 2009

un autobus che brucia di sfiducia

Andrea#28

Si stava facendo sera, mi ritirai in camera, mi gettai sul letto e ascoltai un po’ di musica con gli auricolari nelle orecchie: Manuel mi aveva regalato un cilindro senza fondo.

Mezzamore-Mezzaluna
Mezzanotte e basta

Arrivò Nicola: ora ervamo di nuovo tutti a casa. Si tolse la (mia) giacca e si getto sul letto. I nostri letti stavano uno di fronte all’altro, in mezzo due comodini alti e vecchi; sembravano arrivati direttamente da un monastero. Anche i letti erano alti, avevano vecchie reti metalliche e imponenti testiere in legno scuro e lucido che cigolavano ad ogni movimento.

-Com’è andata?.

-Indovina…-

-Le faremo sapere!?-

Per risposta un debole sorriso. Si alzò e mi diede le spalle per aprire l’armadio e si bloccò in quella posizione appoggiandosi alle ante aperte… –Ci parli di sua madre. Suo padre com’era? Ci dica di un ricordo d’infanzia. Ci dica qualcosa di vero. Qualcosa di vero… Porca troia! Se volessi andare dall’analista ci… Ci andrei, va bene!? Che cazzo ve ne frega di mia madre?!

Silenzio.

-Ecco, questa è stata la mia audizione. Che dici, mi richiamino?-

- Sai, a volte credo che senza il passato il futuro ci farebbe meno paura.

-Andrè… La organizziamo una cena di benvenuto per la coinquilina nuova?

-Dobbiamo chiedere a Toto: è lui lo chef.

-Vieni qui, voglio farti vedere una cosa.

Mi alzai e lo raggiunsi sul suo letto.

 

Rio #01

Genta bizzarra abitava in quella casa.

 

Primavera-Primavolta
prima che sia tardi

postato da: pescochan alle ore 18:57 | link | commenti (4)
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venerdì, 04 settembre 2009

Andrea#27

Erano stati quelli giorni un po’ movimentati. Durante l’assenza di Manuel, per il funerale della madre e la conseguente fuga sul Baltico con Mattia, Toto ed io riuscimmo a sistemare la stanza che, fino a qual momento, era rimasta praticamente nascosta e inutilizzata unicamente a causa della loro pigrizia senza vergogna. Manuel mi chiese se volevo una stanza tutta per me, ma io gli spiegai che la stanza, una volta risistemata, avremmo potuto subaffittarla. –Non è legale vero?- chiese Toto. –Stai sempre zitto e ora devi metterti a fare domande? Ovvio che non è legale- gli risposi, lui mi guardò stupido. Una volta sentito il parere di tutti concordammo che ci sarebbe ampiamente convenuto avere quell’introito e convenimmo che dati gli orari sballati di ognuno di noi un bagno in cinque in qualche modo l’avremmo gestito. La parola d’ordine era risparmiare! Io ero pur sempre uno studente e loro… Su quello che facevano loro stavo ancora indagando in verità. Volevo che la stanza fosse pronta quanto prima, per poi non pensarci più: un giorno la svuotammo, il giorno dopo la tinteggiammo e il terzo giorno, dopo un ultima pulita, vi sistemammo qualcuno dei vecchi mobili che vi erano accatastati dentro: erano ancora in buono stato, erano dei mobili vecchi, massicci, misteriosi, e appoggiandovi l’orecchio sicuramente si sarebbero potute sentire una quantità incredibile di storie, di vite. Toto e io lavorammo bene assieme: era infaticabile e aveva un occhio pronto a capire quanto vi era da capire. Ancor prima che la stanza fosse pronta mettemmo un annuncio online, io volevo aspettare il ritorno di Manuel ma questi dal freddo nord ci disse di procedere pure tranquillamente nella scelta perchè di noi si fidava. Fatto sta che, al contrario di quel che credevo, non chiamò nessuno. O quasi. Ci chiamarono tre persone per vedere la stanza. Uno studente di architettura che a pelle trovai davvero insostenibile e già immaginai che Toto a quegli occhialetti che portava con aria snob avrebbe fatto fare una brutta fine: scartato; passo poi a vedere la camera un ragazzo serbo che come dire… Aveva un po’ l’aria da tossico in effetti, e per Toto fu un no categorico. Rimase Rio, che non volevamo prendere perché era una donna, e in casa con tre uomini e mezzo pensavamo avrebbe potuto essere la matrice di qualche situazione strana (io già pensavo che Toto avrebbe cercato di portarsela a letto per esempio). Dopo che lei venne a visitare la casa Toto mi guardò e disse -Ha gli occhi tristi, questo è il porto per lei.

postato da: pescochan alle ore 00:32 | link | commenti (3)
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martedì, 11 agosto 2009

Nico #13

Il padre di Manuel disse che avrebbe risposto lui al citofono, e così fece; guardò la moglie e disse che sarebbe sceso un attimo. La madre di Manuel allora mi prese e mi portò velocemente in camera –Vieni- disse –noi andiamo ad ascoltare qualcosa di là intanto-. Era evidentemente agitata, ma non capivo cosa potesse avere: sicuramente si trattava di una visita indesiderata. Stava prendendo dei vinili da ascoltare quando iniziammo a sentire un vociare inconsulto che veniva dabbasso. Alzandosi di scatto mi porse un disco –Ascolta questo, e non muoverti finchè non torno!- e uscì velocemente dalla stanza. Misi il disco sul piatto e feci partire la musica ma, mi avvicinai alla porta e dal corridoio giungevano, come incanalate in un tubo, tre voci dall’ingresso: il padre di Manuel stava discutendo con un uomo molto arrabbiato –Lascia che ti spieghi- gli diceva lui e quell’altro –Cosa vuoi spiegare? Cosa?! Tu non la devi toccare! Hai capito?! Da quanto va avanti? Eh?! Da quanto?!- e poi rivolgendosi a lei –E tu sapevi tutto vero? E non hai mai detto niente… Come? Come hai potuto?!- nella sua voce c’era ora meno rabbia e più incredulità mista a pietà. Come? Come hai potuto?!, le ripeteva. –Lei non c’entra, lasciala stare- gli disse allora il padre di Manuel. –Ma io è a te che rompo il muso! Tu mia moglie non la devi più nemmeno guardare. Hai capito?! Non t’azzardare! Io ti uccido! Ti uccido!- e se ne andò sbattendo il portoncino, tornando nella pioggia da cui era venuto.

Io ti uccido. Io ti uccido. Io, ti, uccido… Io ti uccido. Io. Ti. UCCIDO. Ti uccido.

Era, quella, la voce di mio padre.

postato da: pescochan alle ore 09:18 | link | commenti (2)
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sabato, 08 agosto 2009

Manuel #14

Di ritorno dal Baltico, prima di rientrare a casa con Mattia e scatoloni al seguito, passai dal cimitero per andare a trovare mia madre. Quando arrivai trovai mio fratello Stefano seduto a gambe incrociate vicino alla lapide che, da poco posizionata, era ancora lucida e immacolata. Stava lì, inerme, immobile e abbandonato.  

-Vieni a stare un po’ da me- gli dissi –ti farà bene cambiare aria-

-Non voglio lasciare papà solo- mi rispose lui.

-Solo per pochi giorni, vedrai che se la caverà bene. E poi lo ci sono le zie che sono sempre in mezzo ai piedi. E’ tanto che non vieni a trovarmi, non hai nemmeno conosciuto Andrea, vedrai che ti piacerà-

-Ok, solo per un paio di giorni però-

-Certo-

Sulla tomba notai un mazzo di giaggioli gialli. Ogni anno ne riceveva per il suo compleanno. Senza biglietto. Non avevo mai scoperto chi glieli mandava. Un amante forse. Lei diceva un’amica cara e lontana.

-Mamma aveva dei segreti?- mi chiese Stefano all’improvviso. Stava guardando anche lui i giaggioli.

-Forse. Chi può dirlo? Tutti abbiamo dei segreti, no!?-

-Le madri non dovrebbero-

 

..fa' qualcosa
sto morendo
fa' qualcosa
non lasciarmi andare fuori
sbatti qualche porta
mandami dei fiori anche se non sono morta
è importante…

postato da: pescochan alle ore 16:56 | link | commenti (4)
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venerdì, 31 luglio 2009

 

Nico #12

Quando venne a mancare la madre di Manuel ero fuori città: un piccolo ingaggio per una piccola rappresentazione in un piccolo teatro di un piccolo paese. Non riuscii ad andare al funerale, ma prima di rientrare a casa passai a farle visita al cimitero del contado natio dove era stata seppellita da poche ore. Manuel era partito subito dopo la funzione e non lo rividi che due settimane dopo, quando rientrò dal Baltico. La conoscevo bene, sua madre dico. Da bambino ero sempre a casa di Manuel e lei, al nostro ritorno da scuola, ci preparava sempre qualcosa di dolce per merenda: la cioccolata calda con la panna e le meringhe, la cheesecake di mirtilli… La terra che la copriva era ancora fresca, formava una piccola montagnola scura sul prato umido.

Quando ero piccolo e in casa nostra la situazione si faceva un po’ pesante, e la cosa non era rara, io andavo a trovare Manuel, capitava a volte che lui però non fosse in casa, ma sua madre mi accoglieva lo stesso; conosceva la situazione un po’ sgarruppata della mia famiglia. Da quando era nato Stefano lei aveva lasciato il lavoro e questo la rese molto insofferente, quella casa la opprimeva e nel suo sguardo comparve un velo che mai la lasciò; “Ci guardiamo un film intanto che aspettiamo Manuel rientri?” mi chiedeva lei? E iniziava a cercare tra la sua collezione di videocassette. Li ho veduti tutti con lei i film più belli della mia vita. E’ stato allora che ho deciso avrei fatto anche io il lavoro di quelle ombre dietro lo schermo, per salvare le persone come lei dall’infinta tristezza che alberga la mente. Ora lei era sotto terra e io non arrivavo nemmeno a fine mese.

Un giorno che ero scappato di casa durante un temporale micidiale la trovai seduta in poltrona, che si copriva fino al mento con una pesante coperta.

Credi che io ti appartenga?” mi disse lei, senza muoversi da quella posizione.
L’avevamo visto così tante volte quel film! Conoscevamo le battute a memoria ormai, “Esattamente, proprio cosi!” risposi quindi io.
Lo so, lo credono sempre tutti, ma il guaio è che tutti si sbagliano” replicò lei con un filo di voce. Poi come ridestatasi da un sonno fatato si accorse che ero fradicio e mi mandò in bagno ad asciugarmi mentre mi preparava del teh bollente per riscaldarmi le ossa.


Non potrò mai levarmi dalla mente quel pomeriggio in cui stavamo guardando La Fiamma Del Peccato. Lei era accucciata in poltrona. Io sdraiato sul tappeto, con i gomiti puntati a terra, mi reggevo la testa con le mani. Era l’estate dei miei dodici anni, si stava facendo sera e il padre di Manuel era appena rientrato dal lavoro salutando la moglie con un bacio in fronte. Il campanello squillò, con un suono violento e duro, tanto da farmi sobbalzare...

postato da: pescochan alle ore 21:04 | link | commenti (4)
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martedì, 28 luglio 2009

C'è chi va sulle punte dei piedi sopra il lago gelato

Andrea #26

Dalla finestra sentii Manuel che mi chiamava, mi affacciai. L’aria era pungente, ma il sole ancora vivido nonostante dicembre fosse ormai alle porte. Guardai dabbasso e vidi, diversi piani più sotto, un barcone ormeggiato al fondaco; Manuel in piedi guardava in alto, verso di me, con un braccio salutava con ampi gesti e con l’altro si copriva gli occhi dalla luce tagliente. Assieme a lui, vidi, c’erano altre tre persone: Mattia, suo figlio Alessandro e un altro ragazzo della medesima età che, non avevo mai visto  prima.

Scesi di corsa le scale e li raggiunsi sul canale. Manuel stava bene. Dopo il funerale della madre era stato via un paio di settimane con Mattia ed ora era rientrato con lui, con Alessandro e col… Fratello. “A casa c’è un po’ di casino, non è un problema se sta da noi un paio di giorni vero?” mi disse e io pensai che con Rio in casa non sapevo dove l’avremmo potuto sistemare, ma non ribattei nulla: Manuel sembrava davvero sereno. Stefano, questo il nome del fratello, aveva l’aria di un ragazzino tranquillo, con gli stessi capelli chiari e docili al vento di Manuel. Lo guardai negli occhi: aveva un segreto, ma già sapevo non avrei mai scoperto di cosa si trattasse. Sul barcone una decina di scatoloni di cartone: “che sono?” chiesi io e Mauel “un ricordo di mamma. Forza portiamoli su!”.

Rampe e rampe di scale con scatoloni polverosi sotto il naso. Passammo il pomeriggio a caricar gli scatoloni, poi Manuel preparò del teh per tutti e ci raccontò delle due settimane passate sul Baltico con Mattia “Sai, ho visto il raggio verde!” mi disse. “Non è vero, non dargli retta: pensa di averlo visto, ma non è vero” disse Mattia dalla cucina mentre sistemava tazzine e teiera: “sei solo invidiosa!” si stizzì Manuel. Alessandro e Stefano stavano giocando alla Playstation, Manuel si alzò e mi disse “vieni, andiamo in camera”; lo seguii in camera, dove avevamo sistemato gli scatoloni di sua madre. Si sedette per terra accanto a uno di essi e con due dita staccò, tirandolo a se e poi lasciandolo cadere a terra, il nastro adesivo che sigillava il contenitore. “Quando, da bambino, ero malato mia madre per farmi stare tranquillo mentre dovevo fare l’aerosol prendeva questo” mi porse un 45 giri estratto dallo scatolone “e mentre me lo faceva sentire mi passava le mani tra i capelli” presi il disco, era un polveroso 45 giri di Sarah Vaughan. “Era l’unico modo per farmi stare tranquillo. Quando invece litigava con mio padre si chiudeva in camera e ascoltava questo”, Una Radura, Gianna Nannini. “Quando dall’ospedale arrivò la telefonata che annunciava la nascita di mio fratello Stefano stavo ascoltando quest’altro” e mi mostrò Diamond Life di Sade “ma era triste e nonna Ivanca disse che dovevamo festeggiare e ballamo… Dov’è finito… Ecco, ballammo Disco Bambina”; Pararrel Lines per quando Manuel era a casa da scuola col braccio rotto, “Yentl per quando è morto nonno e mamma non smetteva più di piangere. Il suo preferito però era The Way We Were, lo ascoltava quando era triste. Lo ascoltava molto spesso. Quando tornavo da scuola ne sentivo le canzoni per le scale, ma lei appena si accorgeva dei miei passi lo levava e metteva qualcosa di divertente, mi veniva incontro ballando, mi aiutava a levare lo zaino e lo buttava per terra, mi prendeva per le mani e mi trascinava al centro del salone,  ballavamo assieme fin tanto non fossimo stati esausti”.

 

Ballo perchè nascondo così

questa malinconia che non mi va via

ma insieme balliamo balliamo balliamo così…

 

postato da: pescochan alle ore 18:14 | link | commenti (6)
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giovedì, 16 luglio 2009

Manuel #13

-Mamma, sei pronta?

Entrai e la vidi seduta di fronte alla specchiera. Era immobile, le mani appoggiate sulle gambe e lo sguardo fisso allo specchio. Aveva un tailleur pantalone nero, tacchi alti: era uno dei suoi completi preferiti. I pantaloni corti e stretti al polpaccio la davano un’aria un po’ aggressive.   

-Mamma?

-Come faccio? Guarda! Come faccio a uscire conciata così?!

-Che c’è? Ti sta bene il completo, come al solito. E’ uno dei miei preferiti, lo sai.

-Ma cosa dici? Guarda, guarda! Questa parrucca non potrebbe sembrare più finta.

In verità nessuno avrebbe mai detto che quella era una parrucca, era quanto di più naturale (e costoso) ci fosse sul mercato. Fece per lisciarsi quei capelli non suoi con le mani aperte: si passava prima i palmi in maniera spasmodica, poi ci ficcava le dita aperte per smuoverli e dargli volume… Finchè afferò una ciocca e la gettò con veemenza per terra. Quella massa di capelli color miele rimase per terrà come una medusa spiaggiata.

-Tanto vale dirlo a tutti che sto morendo piuttosto che farmi vedere con quel ciospo di insalata in testa!

La sua testa era completamente calva, lucida. Le terapie le avevano tolto ogni diritto alla vanità: la vita riconquistata giorno per giorno non sembrava dover essere una cosa di cui vantarsi.

Mi sedetti dietro di lei, sul baule LV che aveva ereditato dalla nonna; presi il kajal, le feci chiudere gli occhi e tracciai sulle sue palpebre due linee sottili. Appogiai il mento su una sua spalla e sentii le ossa appuntite e dure. Guardando il nostro riflesso allo specchio iniziai a passare la matita sulla sua fronte e le disegnai in piccolo fiore vicino a una tempia. Poi, uno poco più in là. E via di seguito. Fiorì sulla sua pelle un nuovo giardino dell’Eden.

-Che ora s’è fatta? Dobbiamo andare!- disse lei come risvegliandosi da una trance.

-Ok, aspetta, ti prendo del latte detergente.

-No, non importa. Esco così. Lei sulla sua testa fece fiorire germogli e arabeschi perché stava morendo e non lo voleva dire, io tengo questi come tuo dono perché voglio che tutti lo sappiano: nella mia morte non c’è nulla di vergognoso.

*

 

Quella fu l’ultima volta che la vidi. Le cose precipitarono velocemente a quanto pare, e io in quella casa che mi vide crescere ero da tempo una presenza non gradita ai più. Dopo il funerale appena tutti i parenti se ne andarono rifeci velocemente la mia valigia, passai a salutare mio fratello e poi mio padre, che per tutto il tempo, dal mio arrivo, non mi aveva praticamente rivolto parola.  

 

-Papà io ora vado…  Grazie.

-Per cosa?-  Chiese stupito.

-Per avermi lasciato venire al funerale.

-Un figlio non dovrebbe ringraziare per esser stato al funerale della madre.

-Le famiglie sono strane.

-Aspetta, questi credo che mamma avrebbe voluto li avessi tu- disse accompagnandomi in veranda dove mi mostrò una decina di grossi scatoloni sistemati a terra in maniera più o meno ordinata –E comunque, io voglio tu li abbia-.


postato da: pescochan alle ore 14:43 | link | commenti (9)
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