Andreji Viberausen

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Utente: pescochan

Esperimento di romanzo corale a puntate. Quanto scritto (in qualche maniera) in questo blog è frutto di fantasia (fervida o meno che sia): ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale nonchè alquanto improbabile. Ogni post è da intendersi come una sorta di capitolo, o paragrafo, tramite i quali la storia va a costruirsi. Se vi foste persi le puntate vecchie tornate al primo post e fatevi un veloce aggiornamento (della serie "proprio non c'ho di meglio da fare"). Citazioni musicali e cinematografiche sparse qua e la tutte da cogliere.

 

"Se stai per metterti a leggere, evita. Tra un paio di pagine vorrai essere da un altra parte. Perciò lasca perdere. Vattene. Sparisci, finchè sei ancora intero. Salvati. Ci sarà pure qualcosa di meglio alla TV".

(Soffocare - Chuck Palahniuk)

 


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giovedì, 11 giugno 2009

Rio

Andra #25

 

Sul suo volto nemmeno l'abbozzo di un lieve sorriso, non una smorfia: severa come una divinità esotica; la pelle liscia e i lineamenti come scolpiti nel marmo. Le labbra morbide, rosse e sottili, serrate; le ciglia lunghe e lo sguardo sfuggente. Esile e dolce come un cerbiatto, i capelli sottili, lunghi e lisci come seta. Sembrava indifesa, ma fui subito sicuro fosse più forte di quanto non credesse di poter essere nemmeno lei. Prossima fermata Madonna dell’Orto. Non la rivedrò mai più. E' bellissima, pensai.. Continuavo a fissarla: mi crederà un maniaco, pensai.

Mi sbagliavo, la rividi due giorni dopo. Era lei la nuova inquilina, si chiamava Rio.

Rio è in assoluto la persona meno frivola che abbia conosciuto. Non che fosse trascurata, anzi; vestiva sempre con tacchi alti, sandali di marche francesi, top di strane sete lavorate e jeans a vita bassa, ma si muoveva tra quelle mura obsolete come se addosso non avesse nulla, con una naturalezza disarmante; scarna di orpelli. Bellissima. Bellissima la mattina, appena sveglia senza trucco e coi capelli arruffati; bellissima la sera stanca e scostante per il peso della giornata. Non credo sapesse quanto fosse bella, e questo la rendeva assolutamente irresistibile. Per tutti.

La sua stanza, nonostante noi (io) l'avessimo rimessa a nuovo, era disordinatissima: un sancta sanctorum.

Messe in fila, bene in linea come dei soldatini, con la defezione di qualcuna un po’ sbilenca rispetto alle altre, le scarpe stavano schierate a ridosso del battiscopa scuro dipinto sul muro:  sandali in pelle con cristalli, décoltée metal con inserti in pitone, décoltée in seta damascata con punte aperte, sandali in metallo con cristalli. Sopra, appesa al chiodo che reggeva un quadro, pendeva una piccola borsa in seta con pietre e paillettes. Altre scarpe erano infilate per il tacco nel cassetto del vecchio tavolo che faceva da scrivania sul quale, alla rifusa, stavano un charmbracelet con pendenti in ametista, un grosso cero nel cui corpo traslucido erano inglobate fragoline di bosco, una borsa di cotone crochet e rettile e un’altra in seta azzurra con cristalli; appesa alla parete sopra questo altare a vegliare stava un’icona ritraente una Madonna esotica, con la pelle olivastra, il cuore fiammeggiante trafitto da un pugnale dorato e contornata da gigli bianchi. La Madonna ti guardava e sorrideva.

postato da: pescochan alle ore 21:51 | link | commenti (4)
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sabato, 06 giugno 2009

Toto #09

Quella sera, dopo aver chiamato mia madre uscii per prendere aria. Vagai per le calle senza una metà precisa. Avevo l’esigenza di ossigenare il cervello. Seduto su un imbarcadero deserto guardai il tramonto e pensai al raggio verde, e mi chiesi se in laguna c’era la possibilità di poterlo vedere o meno. Non l’ho mai scoperto. Il sole era sparito e l’aria iniziava a diventare troppo fredda, gli occhi mi pizzicavano ancora. Ripresi la via del rientro. Poco distante da casa mi fermai davanti alla solita pizzeria. Entrai per comprare delle pizze, anche se non avevo affatto fame. Ero da poco che ero tornato a casa, solo qualche giorno prima Andrea mi aveva raccolto sul pianerottolo e mi aveva trascinato dentro l’appartamento, da Ciurlionis: non mi aveva chiesto nulla; nel mio momento più basso credevo che proprio da lui avrei ricevuto il colpo finale, invece fu lui a rimettermi in piedi. Da lui ho ricevuto la mia grazia. Sul volto livido avevo ancora segni di una settimana passata à bout de soufflé e agli occhi attenti e violenti di Paola, questo il suo nome, non poterono passare inosservati.

-Hey, che hai fatto?

-Sono stato dal barbiere, mi dona il nuovo taglio?


*

 

Andrea - Ma, che c’è dietro questa porta?-

Nico -Una stanza!-

-Uno sgabuzzino?-

-No no. Una stanza-

-E perché è chiusa?-

-C’è roba-

-Che roba?!-

-Non so, ma è un casino!-

-Ma, è agibile?-

-Sarebbe da riordinare-

-Riordiniamola-

-E poi? Oh, è tornato Toto con le pizze!-

-La affittiamo! Nico… Mi hai sentito? Hey, aspetta!, lasciami quella con i peperoni!-

postato da: pescochan alle ore 23:42 | link | commenti (10)
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martedì, 12 maggio 2009

Andra #24

Il telefono. Chi sarà?

In casa avevamo un vecchio telefono a rotella, ma nessuno lo usava mai, ne per chiamare, ne per ricevere chiamate. Avevo proposto di levarlo, per risparmiare sul canone, ma mi era stato detto che il telefono rimaneva, senza troppe spiegazioni. E io non obiettai. Quel pomeriggio quando squillò il telefono mi spaventai, non era mai successo prima e quel trillo sembrò rimbombare tanto da far tremare i muri di cartone rivestiti di stoffa ammuffita. Rimasi immobile in cucina e dalla camera giunse Manuel per rispondere a quel richiamo. Lo guardai, immobile, mentre si dirigeva in salotto per alzare il ricevitore.  Fu una telefonata breve, sentii poche parole, concluse con “Faccio in tempo ad arrivare? Ok, capisco. Parto subito”. Com’era arrivato se ne tornò in camera da letto dove di li a poco lo seguii: era a terra che cercava di riempire un borsone con cose prese a caso dal pavimento che era ricoperto di vestiti: sembrava che l’armadio avesse vomitato tutto il suo contenuto. Sentendomi arrivare, senza nemmeno voltarsi verso di alzò una mano per farmi segno di fermarmi, e io rimasi sulla soglia.

“Devo tornare in paese: mia madre è morta”.

 

Toto #08

Quando tornai trovai Andrea seduto per terra, in un angolo del salotto, mollemente sistemato sotto le finestre: le gambe dritte davanti a se e le braccia abbandonate. Feci finta di niente e andai in cucina, ma quando tornai in salotto era ancora in quello stato e mi resi conto che c’era qualcosa di strano.

Hey, che cazzo succede?” gli chiesi io in maniera scorbutica con in bocca un pezzo del panino che mi ero appena preparato, ma non rispose. In penombra vidi che sul suo volto un espressione che non gli avevo mai visto prima addosso. Mi avvicinai a lui e inginocchiandomi per guardalo in faccia gli chiesi cosa fosse successo.

Mi sedetti accanto a lui, rimanemmo li non ricordo per quanto tempo. Il sole tramontava e simmetrie di penombre si muovevano lentamente sui nostri visi ridisegnandone i profili e i volumi. Eravamo noi. Non eravamo noi.

Ad un tratto mi chiese: “Com’è tua madre?”

“Mia madre? Mia madre è una donna orribile. E’ enorme e ormai vive sul suo divano ricamando pizzi e merletti. Non le si può rivolgere parola: è come una vecchia strega incattivita dal sangue stesso che le circola in corpo. L’ultima volta che l’ho vista mi ha lanciato contro un posacenere. E mi ha preso in fronte”.

“Ti manca?”

“Sì, mi manca… Mi manca davvero tanto”.

“Chiamala..”

In quel momento si alzò e andò a prendere il telefono e me lo porse; il cavo telefonico divideva in due la stanza. Stava li, davanti a me, in piedi con braccio teso che reggeva il pesante telefono a rotella “chiamala”.

“Fai tu il numero però; io non ce la faccio”.

postato da: pescochan alle ore 00:29 | link | commenti (5)
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mercoledì, 21 gennaio 2009

pièce à succès

Toto #07

Un pomeriggio passando davanti al negozio dove lavorava sentii che stava cantando. Mi fermai poco prima dell’entrata, aperta sulla calle senza alcuna barriera, con la schiena al muro, per non farmi vedere, non la potevo spiare, ma la sentivo muoversi velocemente nello spazio angusto del locale: cucina e bancone erano quasi un tutt uno; e la sentivo canticchiare.. Seguiva la melodia che proveniva da un piccolo stereo, improvvisava, smetteva per concentrarsi meglio su quello che stava facendo e poi riprendeva: la passata di pomodoro da stendere sulla pasta spianata, la mozzarella di bufala da tagliare e le infornate pronte da levare con quella pala, che era più alta di lei. Stavo contro il muro bianco, di pietra dura e farinosa, il cielo era sgombro e un sole tiepido scaldava la pelle del mio volto: le palpebre chiuse per sentire quella melodia penetrare nelle mie fibre. Non entrai.

 

*

 

La sera andai da una delle ragazze che frequentavo in quel periodo, suonai al citofono e lei mi face salire contenta per come sapeva si sarebbe risolta la serata. La scopai con rabbia, senza convenevoli. Una volta, e poi un’altra ancora. Era quasi mattina, ma io non riuscivo a dormire …Con la gamba piegata premetti il mio ginocchio contro, quella che Manuel chiamava, l’orrida ferita; la mia pelle dura e ruvida sfregava contro quella umida e calda di lei. Rideva nel sonno. La guardavo: sembrava una modella dal corpo olografico, abbandonata inerme sul letto come in una fotografia di Aldridge. Guardavo lei, ma nella mente avevo solo quella canzone sentita nel pomeriggio…

 

C'est fini
C'est fini la comédie
Tout avait commencé
Comme une pièce à succès

postato da: pescochan alle ore 18:08 | link | commenti (3)
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martedì, 22 luglio 2008

Andrea #23

Toto cucinava di tutto. Era un cuoco perfetto. E’ un cuoco perfetto. Non capitava spesso che all’ora di cena fossimo a casa tutti assieme e quando Toto sapeva che questa convergenza di orari si sarebbe verificata provvedeva a cucinare ricche cene composte da elaborate portate. La prima volta che mi chiesero ufficialmente di cenare con loro Manuel mi domandò se avessi o meno delle preferenze e io dissi che per me andava bene tutto; mentii sapendo di mentire ovviamente, ma ero quasi imbarazzato da quella sorta di ingresso in società, da quell’invito a stare alla stessa tavola come se facessi parte anche io del loro piccolo club.

Toto per l’occasione preparò una cena completamente vegetariana. Io con il verde a tavola non ho mai avuto un buon rapporto, anzi, è tuttora pessimo direi. Vennero serviti: Pizzette al limone con broccoletti e tartufo bianco, Pomodori con ripieno di tofu, riso Pilaf con Asparagi, Azuki con la Zucca, Cuori di carciofo ripieni, Insalata di Bulghur ed infine, per dessert, Torta di Tofu. Ti piace? Squisito ripetevo io a denti stretti stringendo in una mano il tovagliolo e facendo il bis con le portate che mi fecero meno ribrezzo.

Mattia non cenò mai con noi. Era una loro regola: fidanzate, compagni e amanti restavano fuori da casa: Toto difatti dormiva molto spesso fuori; ogni volta un letto diverso.

C’è una pietanza che però non ha mai cucinato: la pizza. Era capace di passare pomeriggi a preparare Bavaresi al mango in salsa ai lamponi piuttosto che un Timballo di polenta ai formaggi, o Rombi di pasta al grano saraceno con fonduta e porcini, Cuore di filetto di manzo in salsa di noci e gorgonzola, Petti di faraona in salsa di mele… Ma non una semplicissima pizza, quella la comprava già pronta in un negozio poco distante casa; usciva e poco dopo era di ritorno con i cartoni fumanti e qualche bibita: questo accadeva spesso, lavorando di pomeriggi liberi da dedicare alle bavaresi non ne aveva più di un paio alla settimana.

postato da: pescochan alle ore 00:18 | link | commenti (3)
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mercoledì, 02 luglio 2008

Raindrops on roses

Andrea #22
Eravamo al mercato ortofrutta, come due vecchie polacche: imbacuccati nei nostri cappotti e con un batuffolo di fumo bianco che ci avvolgeva i volti. Il cielo era come un foglio di carta velina pallida, il sole una luce distante che non proiettava ombre. Manuel aveva un cappotto rosso e gli feci notare che era stato un acquisto infelice. Sostenne che l’aveva da molto, ma che forse, ora, sarebbe stato il caso di darlo via. Già carichi si sacchetti di carta scura vagavamo tra le bancarelle alla ricerca degli ultimi acquisti da farsi. Mi tolsi i guanti per tastare delle mele, Manuel non ne aveva bisogno: indossava dei guanti neri senza dita e poteva quindi controllarle più agevolmente; le mie preferite sono sempre state le Granny Smith, per la torta di mele invece Toto aveva ordinato di acquistare le
Golden Delicious.  Mentre, come un’accorta esperide,  ne controllavo la qualità vidi tra la folla una figura che mi parve familiare; la spiai per un po’, mentre si muoveva lenta, indecisa sulla qualità di peperoni da prendere. Una vecchia signora bene, dall’aria perfettina, con delle grosse clip alle orecchie, una sciarpetta rosa e un lungo cappotto scuro delle linee semplici.   
-Manuel, la vedi? E’ lei vero?
Lui si girò nella direzione che gli avevo indicato. Non disse nulla.
-Si, è lei. – dissi io. Lentamente posai la mela che avevo tra le mani. Lui ancora era lì, immobile. Lo presi per una manica e feci per trascinarlo –Dai, andiamo!-
-Sei matto!?
-No, andiamo e le parliamo. Anzi, le parli!
-E’ fuori discussione! E che potrei dirle?!
-Non è il momento che hai sempre desiderato?
-Di incontrarla all’orto-frutta non me l’ero mai immaginato in verità


Manuel #12
E Andrea mi lasciò lì, dirigendosi di gran lena verso di lei, la sua figura appariva e spariva tra la folla. Respiravo piano: l’aria fredda all’improvviso sembrava essersi fatta rara e distante. Vidi Andrea che la raggiunse facendosi largo tra le persone che, come ombre, passavano indifferenti: eravamo gli unici due in tutto il mercato ad essersi accorti della sua presenza. Li vidi parlottare da lontano, lui si introdusse brevemente e si scusò se si stava permettendo di importunarla. Lei non sembrava per nulla infastidita. Poi sentii una fitta allo stomaco: Andrea col il braccio teso mi stava indicando. Lei incrociò il mio sguardo, per un solo secondo però, perché io, immediatamente, mi trovai a fissarmi i piedi.
Pochi secondi e lei era di fronte a me. Andrea, rimasto in disparte, ci guardava da lontano.
Il suo volto sembrava di carta sottile, stropicciata. Il naso sottile era rimasto uguale durante gli anni. Le rughe attorno agli occhi come un motivo dèco creavano un percorso sopra gli zigomi duri e alti. Sulle labbra un velo di rossetto scarlatto un po’ sbavato aveva il compito di rendere leggermente più evidenti le labbra assottigliatesi nel tempo. I capelli avevano lo stesso immarcescibile taglio corto che ormai portava da decenni, quasi un omicidio alla vanità.
-Mi sento molto stupido… -  le dissi.
Si sfilò un guanto e mi prese una mano, stringendola delicatamente. Mi diede un bacio, in fronte. Un tocco lieve. Baciato da un giaggiolo.
La gente che passava probabilmente avrà pensato all’incontro con una vecchia zia che non vedevo da tempo, o con l’insegnante di inglese del liceo a cui, da alunno devoto, ero rimasto affezionato.

 

Andrea #22
Li osservai da lontano. Vidi che lei gli disse qualcosa, quasi sussurrandoglielo all’orecchio. Manuel le baciò la mano e lei portandosi una mano al petto rise delicatamente senza scomporsi troppo. Com’era arrivata se ne andò, passandomi accanto per tornare ai suoi peperoni: - Quel ragazzo soffrirà molto perché non si stancherà facilmente di dare al suo prossimo una possibilità. Abbine cura. -  disse con il suo inglese perfettamente british.

*

-Non me lo chiedi?
-Cosa?
-Cosa mi ha detto.
-Cosa ti ha detto?
-Ha cantato, per me. Per pochi secondi, ma a cantato per me.

 

La incontrammo così. Un giorno... Di prima mattina.

postato da: pescochan alle ore 20:29 | link | commenti (1)
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martedì, 24 giugno 2008

Alessandro #1

Andare da loro gli piaceva. Anche se ancora preferiva evitare di incontrare Manuel. Non che avesse qualcosa contro di lui; solo non sarebbe riuscito a parlare di suo padre. Certo, aveva sempre saputo che Mattia non era felice, quando con lo sguardo perso cercava dietro a tutto ciò che guardava uno scampo, una soluzione. Ora capiva che aveva finalmente riacquistato la vista, mentre il loro rapporto padre-figlio si alimentava di pochi momenti di strabica intesa, che non erano cambiati.

            Inseguendo Ciurlionis per acciuffarlo rideva e inciampava nel disordine della serata prima. Andrea era speciale, sfiorava le vite degli altri e distribuiva sorrisi discreti, sinceri. L’equilibrio in cui stava sospeso sembrava promettere momenti di abbandono cerebrale, di silenzi riparati in cui attraccare le scialuppe di pensieri scomposti. Ragazzo troppo cerebrale, Ale aveva bisogno dell’affetto di chi gli stava intorno. Ma nessuno sembrava più capace di risolvere un’amicizia semplice in abbracci densi. Si perdeva nell’illusione di rapporti intensi che svanivano nella nebbia della consuetudine; e si ostinava a tentare. Non capiva più se quei prodotti emozionali di consumo che gli vendevan come amici o ragazzine potevano capire veramente un sentimento a caso.  Gli bastava qualcuno a cui parlare, ma ancor di più cercava qualcuno da ascoltare. Una spalla sulla quale riposare il cuore.

Ma mentre inciampava su quella bottiglia di Martini non si ricordava della solitudine; e cadendo sul povero felino si ritrovò le unghie affilate conficcate nel braccio destro. Sanguinando, sorrideva.

                                                                                                                         (Nesos)

Ringraziamento speciale a Nesos che si è compromesso associando il suo nome a questa baracconata e accettando di scrivere di propria mano qualche frammento sull'Ale del romanzo. 
postato da: pescochan alle ore 21:47 | link | commenti (1)
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domenica, 13 aprile 2008

Andrea #21

Salendo le scale vidi accasciata sul pianerottolo una figura, stava a ridosso della porta del nostro appartamento: era Toto! Non aveva un bell'aspetto: senza giacca, con indosso ancora i vestiti di quando se n'era andato la settimana prima; i capelli come se fosse stato sotto terra: ruvidi e polverosi. Sulla guancia brillava una virgola baccarà da cui uscivano chicchi di melagrana. Posai le borse e mi avvicinai, lo chiamai piano, ma si ritrasse: la testa bassa e le braccia strette allo stomaco. Feci per scostargli i capelli, per controllare la profondità della ferita: serrò gli occhi e strinse i denti, pronto a prendere il fendente finale da cui sapeva, ridotto com'era, non avrebbe potuto difendersi. Ritrassi la mano e mi sedetti di fronte a lui e dopo qualche secondo di silenzio, non capendo l'immobilità di quell'attimo, aprì piano gli occhi. Mi inginocchiai in fronte a lui, infilai le mie braccia sotto le sue, spingendole sopra le mie spalle, puntai i piedi a terra e lo sollevai piano. Sentii il peso del suo corpo addosso al mio, il petto si gonfiava e si ritirava a ritmo del respiro; lo sterno che premeva contro il mio, il mento appuntito abbandonato sulla mia spalla. Aspettai qualche istante, finché fui sicuro che fosse in grado di reggersi in piedi -Ci sei? chiesi. Annui con un gemito. Presi le chiavi dalla tasca e aprii la porta; con fatica salimmo le scale rivestite di moquette rossa, arrivati al piano lascia che si dirigesse da solo per l'appartamento..
Appena entrato in casa Ciurlionis gli corse incontro. Toto si abbassò incerto, rimanendo in bilico sulle punte dei piedi; allungò il braccio verso l'animale, che si mise e leccargli la mano chiusa a pugno. Toto lo guardava con una pace negli occhi che non gli avevo mai visto fino ad allora, come se in quell'attimo tutto il rancore, l'acredine di una vita, ingigantita dalla fatica di trascinarsela appresso come un peso morto, senza sapere come liberarsene, fosse dissolta; come se non ci fosse mai stata.

 

...tu non dici mai niente
qualche volta tu piangi
come piangon le bestie.

postato da: pescochan alle ore 21:00 | link | commenti (8)
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domenica, 06 aprile 2008

Andrea #20

A stento mi ero accorto che avevamo un gatto. Come una presenza misteriosa vagava silenzioso per l'appartamento, sparendo in stanze segrete e riemergendo come un'ombra silenziosa pronto a sparire nuovamente. In quei giorni il gatto vagava nervosamente per casa: come alla ricerca di un pezzo mancante.
-E' Toto che se ne occupa.  Mi spiegò Manuel quando mi vede perplesso di fronte a quell'instabile ondeggiamento di quel quinto coinquilino che finora era stato praticamente invisibile. Si chinò a prendere Ciurlionis, così si chiamava e se lo appoggio su una spalla stringendolo a se e consolandolo con lente carezze -Lo so, ti manca... Lo so.
Manuel si dispiacque molto per il mio naso, ma non disse una parola per minimizzare o per difendere Toto, non cercò nemmeno di giustificarlo, in verità non ne parlò proprio: né in bene né in male. Credo avrebbe voluto cancellare quell'attimo di lui, strofinarlo via con carta a aceto: non riusciva nemmeno a pensare di riuscire ad assolverlo, quindi meglio eliminarlo.
Qualche pomeriggio dopo rientrando in camera trovai sul letto un pacchetto, mi misi sul letto a sedere, con le gambe incrociate: con quel dono tra le mani. Lo scartai facendo attenzione a non rompere la carta da pacco bordeaux. Estrassi una busta e aprendola tolsi il biglietto al suo interno.

 
Non ho capito perché, l'altro giorno,  hai convinto Mattia a salire, non lo so cosa ti abbia spinto a farlo e non so nemmeno se lo sappia tu, quindi probabilmente non dovrei proprio domandartelo. So però che, se tu non l'avessi fatto, Mattia non sarebbe mai salito, questo lo so con certezza: non l'avrei più rivisto. Mi hai fatto un regalo importante, un regalo per il quale, comunque vada, ti sarò sempre grato:  una possibilità.

 

Con Gratitudine, Manuel

 
Ciurlionis saltò sul letto e si accovacciò al mio fianco strofinandovisi immalinconito. Appoggiai la lettera, presi il contenuto del pacco e lo rigirai tra le dita: era un libro, una vecchia edizione, molto vecchia. Accarezzai quelle pagine ingiallite, irruvidite dalla polvere; quelle pagine non raccontavano solo una storia, portavano con se delle vite.  Un'edizione americana del 1960 di To kill a mockingbird; 1960... una prima edizione! Rimasi li, imbambolato diversi minuti, con quell'amuleto stretto al petto, un formicolio si era irradiato sugli zigomi e il respiro mi era diventato difficoltoso. Appena riebbi coscienza del mio corpo corsi in salotto a cercare Manuel.
-Non è politicamente corretto! Con un regalo del genere potresti chiedermi qualsiasi cosa e io non potrei nemmeno tentare di rifiutare, non posso accettarlo.

Seduto al tavolo mentre catalogava dei dvd mi vide arrivare sorpreso, il suo immenso sorriso gli illuminò il volto, gli occhi una fessura indaco -Allora potresti dare ripetizioni ad Alessandro, il figlio di Mattia: ne avrebbe bisogno!


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Fu così che in quei giorni  di trambusto iniziai a dar qualche ripetizione a Alessandro.

 

postato da: pescochan alle ore 18:12 | link | commenti (12)
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sabato, 05 aprile 2008

Sabbia Bagnata

Nico #11
-Ahy!
-Stai fermo!

Toto se n'era appena andato; col ghiaccio e la garza di cotone cercavo di tamponare un'emorragia: dalle narici di Andrea il sangue scendeva copioso e gli aveva già insozzato la maglia.
-Eh.. ma fa male!
-Non si preoccupi, faremo tutto il possibile!
- Mppff...
-Stia fermo! Lo stiamo perdendo; codice blu! Codice blu!
-Dai, non farmi ridere!


*

Quel giorno tornando a casa incrociai la donna col cappotto ciliega che camminava lenta nella direzione opposta alla mia, sembrara arrivasse proprio dal nostro palazzo. Camminava ondeggiando per la fondamenta, i capelli le formavano attorno al viso un alveare di zucchero filato scuro come caffè e soffice come bambagia. Mi parai di fronte a lei pronto a sorreggerla come se dovesse svenire da un momento all'altro -Le offro un caffè, vuole?
-Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?
-Non si è gettata... Quindi, eccoci di nuovo qui. Allora, che ne dice?
-Cosa?
-Il caffè!
-Vada per un martini
. Disse lei, con lo sguardo più triste del mondo: negli occhi non c'era altro che cenere, il fuoco si era estinto; terra bruciata, sabbia bagnata.


...è sabbia tra i denti /ti avrei dato tutto/senza chiedere/ti avrei dato amore/si lo so sono capace/a non parlare per ore ed ore/a farmi del male/forse mi lasciavo prendere/forse ti lasciavo vincere.
postato da: pescochan alle ore 11:28 | link | commenti (4)
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